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L’Istria insolita: in bici lungo la Parenzana e strade minori

Ospitiamo un fresco e colorato racconto del nostro viaggio estivo in bicicletta da Trieste a Pola, lungo l’ex ferrovia e l’Istria costiera. Con le sue parole, Giulia Cocchella (http://ilblogaruotalibera.blogspot.it) da Genova, ciclista zen curiosa, ha fotografato delicatamente questa terra e tre Paesi in un viaggio vissuto insieme ad una vivace combriccola di cicloturisti provenienti da diversi angoli della nostra Italia.

 

Immaginate di percorrere in bicicletta un vecchio tracciato ferroviario, dove il treno non passa più.

Immaginatelo, questo treno: scuro, pesante, con due piccole scopette di saggina davanti alla locomotiva, a spazzare via le pietre dai binari. Pesa tonnellate, e la lentezza è commisurata al peso.Il suo arrivo è una festa – difficile da credere, ora – perché il treno porta con sé merci, notizie e persone care.

Le stazioni distano dai centri abitati sulle colline anche molti chilometri, perché i vagoni non possono certo arrampicarsi fin lassù.

Così il treno (riuscite a vederlo, adesso?) corre in mezzo agli alberi, ma non compete col vento: corre lento, più veloce forse di un animale in fuga, ma animale lui stesso, nero, nel verde assoluto di questi boschi.

La Parenzana.

Siamo in viaggio da due giorni e si alternano costantemente sotto le nostre ruote strade reali e strade che furono, luoghi in cui i vecchi binari sono insospettabili, altri dove la strada si allarga e scopre tra gli alberi le stazioni di un tempo.

Tento di aprire una porta chiusa; cerco di trovare l’inizio della storia, e la sua fine improvvisa, sul fondo di una ciotola lasciata sul tavolo della cucina. Lo scolapiatti è lì, ancora adatto al suo scopo, ma non ci sono piatti.

Da Trieste a Parenzo: 123 chilometri di ferrovia per soli 33 anni di servizio, dal 1902 al 1935. Binari che univano, idealmente e nella sostanza, i popoli diversi che da sempre erano abituati a convivere in Istria, nonostante la storia travagliata di questa regione.

Ce ne parla Ketrin Antolovic, lo fa con naturalezza passando da un argomento all’altro: prima le differenti qualità di olio che la sua famiglia produce, poi le difficoltà che dovettero affrontare i suoi nel periodo immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale. Parla delle piante e della sua famiglia, chiama per nome i diversi tipi di olive come si chiamano per nome le persone e all’improvviso è chiaro che si tratta della stessa storia: la storia di una terra e di chi con tenacia la abita.

Ieri Muggia, Capodistria, Portorose, Buie. Oggi una lunga discesa nel verde, di quelle sconnesse che rimescolano i pensieri nella testa e li disperdono.

Poi Grisignana con la lavanda e le persiane francesi, con le case di pietra e la lingua che ora batte dura, ora scivola via; gli scorci dove l’occhio si incaglia e quelli dove lo sguardo prende il volo.

Domani, che cosa ci riserverà il viaggio?

 

Lasciati alle nostre spalle i tetti, le mura e l’Uomo di paglia di Montona, la strada verso Parenzo cambia ancora i suoi colori: al verde intenso dei boschi si somma quello più fresco delle vigne e la terra diventa rossa, prende una sua propria morbidezza allo sguardo.

Non ci fermiamo, mi attardo soltanto per fare una foto al gruppo che corre veloce e taglia l’aria calda – che poi subito si ricuce dietro la schiena -, si apre un varco nel frinire continuo delle cicale e aggiunge la sua nota: il fruscìo della bicicletta.

Ma queste strade non sono soltanto un paradiso per gli occhi, sono anche il terreno di gara del nostro gruppo.

Metti insieme due cose che insieme non sono mai state, scrive Julian Barnes alludendo alle persone, mettile insieme e tutto cambierà. I gruppi che si formano così, quasi per caso, a volte non sentono la fatica dell’incontro costretto, ma prendono l’abbrivio e mettono insieme, appunto, persone che altrimenti non si sarebbero sfiorate.

Così con la terra e il mare, che ora fa l’orizzonte azzurro, con il verde e il rosso, con le pinne e coi pedali, incrociamo anche le nostre traiettorie. E si scatenano fughe, presunti sabotaggi di biciclette che forano una, due volte, interviste in testa alla gara e sospetti traffici per assicurarsi la tappa del giorno… Insomma, per citare Corrado, il nostro cronista ufficiale: non importa che tu sia di Catania o di Modena, di Roma, Padova, Treviso o Genova, quando ti alzi in Croazia meglio che cominci a correre!

Arriviamo a Parenzo e facciamo una foto davanti all’ultima stazione del treno.

Poi è il fiordo di Leme ad attenderci, in motonave, anche se qualcuno lo sta percorrendo in bicicletta, lassù, in mezzo agli alberi… forse per portarsi avanti nella classifica?

La giornata si conclude con una festa a sorpresa, tra “appena conosciuti”: è il mio compleanno. E non c’è bisogno di dire che no, non me lo aspettavo, non mi aspettavo il vostro pensiero, la torta con le candeline, i vostri regali… non c’è bisogno di dire che quando gli auguri arrivano così, arrivano dritti e sono i più belli.

Grazie non basta, ma è la parola che si affaccia per prima.

 

Quando si chiude un viaggio?

Quando si smette di raccontarlo, forse? Oppure quando si ritorna al punto di partenza? A casa propria?

Forse un viaggio per definizione non si chiude, i concetti di inizio e fine non gli appartengono e il viaggiatore abita un tempo non lineare, non dirigibile, che sonda dimensioni altre.

Sarà che Rovigno, con lesue strade strette che sdrucciolano in mare, con la sua Rosa dei venti che è promessa di viaggio perpetuo, conteneva ancora un seme dell’andare, un orizzonte per il passo. Sarà che Pola l’abbiamo percorsa a piedi, e dopo una settimana in bicicletta muoversi solo con le proprie gambe sembra innaturale, ma per me il viaggio si è chiuso là – si è chiuso? – a Rovigno, prima del giro attorno alle isole Brioni, prima dell’ultima foto di gruppo nell’Arena di Pola. Prima di dirsi ciao, arrivederci. Là in qualche angolo che non ho fotografato, sulla pietra scivolosa d’Istria, tra un silenzio e un sorriso, nella risata che si insinua tra le parole, acqua d’onda tra i sassi.

Continuare a viaggiare, e girare e girare in tondo fino a perdere l’equilibrio, rifare il giro ancora una volta, rimescolare i quadranti, nordsud, est sudest, accordare la ruota alla Rosa, ripetere il giro come si ripete una parola fino a smarrirne il senso.

G.C.

 

“Continuare

Finché il luogo diventi improbabile

fino a provare, per un breve istante, l’impressione di essere in una città straniera”

 

Georges Perec

3 Commenti

  • Roberto
    15/07/2015 at 08:26

    Bel racconto, quasi una poesia, che fa rivivere la bella esperienza trascorsa assieme.

    Rispondi
  • ivana
    12/10/2016 at 15:52

    mi mancano le altimetrie. dove le trovo? Grazie

    Rispondi
    • ViaggiareSlow
      12/10/2016 at 16:03

      http://www.parenzana.it/img/altimetrie.png – su questo sito trovi info e altimetria del tratto della Parenzana – il resto è un percorso praticamente costiero che non presenta dislivelli sensibili. Per maggiori informazioni sui percorsi suggerisco le nostre due cicloguide (ed.Ediciclo): “La Parenzana in bicicletta” e “Istria in bicicletta”. Per questi e altri itinerari puoi comunque seguirci su FB ;)

      Rispondi

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