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Cent’anni di Carso

Ora il silenzio, o quasi.

Ma quel fischio degli obici ti sembra di sentirlo ancora, fumo, acre odore di bruciato e grida, girda e il cuore a mille, apettando che quieti questa assurda tempesta di sventura.

I ragazzi erano quassù, appollaiati su cumuli di pietre con lo sguardo fisso a ponente. Fradici sotto l’acqua e bolliti dal sole, in attesa di un qualcosa che cambi, qualsiasi cosa. Parlavano di casa, affetti, donne, mogli e figli rimasti ad aspettare; loro qui a combattere, dall’altra parte delle linee nemiche, il nonno di Salvo e Mariano che qui oggi insieme a noi pedalano per leggere questa malinconica storia.

Sono le retrovie e le seconde linee di tragiche battaglie quelle che scopriamo oggi, tra il giallo del corniolo in fiore e ciuffi di crocchi color pervinca che spingono la terra: Gorjansko, Sveto, Lipa, Temnica, piccole frazioni carsiche e ricoveri di avamposti del fronte del basso Isonzo, quando ruggiva l’artiglieria sul terribile dosso dei Faggi (Fajtji hrib).

Perso dai soldati del generale austro-ungarico Borojevic, il 3 novembre 1916 grazie all’azione della Brigata Toscana, consapevoli che se l’attacco fosse andato a buon fine lo sfondamento italiano sarebbe stato inevitabile. Quel giorno venne inviato un ultimo battaglione di riserva sulla Quota 464, vicino al Faiti, per cercare di respingere l’avanzata italiana (sei volte più numerosa). Con una tenace resistenza, la quota non fu presa e ancora una volta il fronte austro-ungarico non cadde.

Come un martello, in quei giorni i nostri aerei da bombardamento colpirono ripetutamente queste località, le stazioni ferroviarie e gli accampamenti del Carso e della valle del Vipacco.

Sul Trstelj la strada ora non scherza più e la salita non ti molla le gambe. Metto in tasca un po’ di fiato prima di salire, sgranando le corone del cavallo metallico. Il bosco cambia d’abito e la luce si fa più fioca. Tutto intorno è un concerto di cince, fringuelli, cardellini e il risveglio di una coppia paffuta di verdoni che giocano a disegnare parabole impossibili tra i rami più alti.

Si scollina tra i resti delle batterie, camminamenti e bunker di Stol e Stolovec, in equilibrio sulla cresta dei colli che ci separano dal vallone di Miren-Merna.

E ora, la storia si confonde, tracce della prima Guerra mondiale si intrecciano con le storie di battaglioni partigiani: non mancano lapidi e segnali con l’appello dei nomi di altri ragazzi che qui hanno salutato queste terre.

La bicicletta in discesa sui sassi corre nervosa come uno stambecco, e il panorama torna ad aprirsi sulle morbide doline tinte di un intenso verde scisto, nella valle di Kostanjevica.

 

E, come una parabola maligna, il viaggio ti porta a chiudere al cimitero, di fronte a seimila soldati in sonno. Ordinati e fieri come un reggimento dimenticato dalla Storia. Austriaci, ungheresi, polacchi e boemi tra tombe e croci meticolosamente allineate lungo geometriche bordure di bosso.

Il cancello di questo Campo Santissimo dietro a me si chiude cigolando, quasi a chiederti un po’ di cura e un po’ di tempo per fermarti ancora qui, a raccontare a questi poveri ragazzi il tuo passato e il loro futuro che non hanno mai visto.

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