Esiste un modo di attraversare il Friuli che non ha nulla a che fare con la fretta delle autostrade. È un incedere silenzioso, un ricamo che unisce Sacile a Gorizia seguendo il profilo delle Prealpi. La chiamano FVG3, un nome che sa di protocollo tecnico, ma che nasconde in realtà l’anima di una terra plurale, capace di vincere l’Oscar del Cicloturismo 2024 non per i suoi numeri, ma per la sua poesia.
Centottanta chilometri di respiro. Un dislivello che non vuole sfidare i muscoli, ma invitare lo sguardo a sollevarsi oltre il manubrio, tra borghi sospesi nel tempo e l’eco di tradizioni che profumano di mosto e di legna arsa.
Il confine che diventa abbraccio
Il nostro viaggio questa volta parte da Gorizia, città che insieme alla dirimpettaia Nova Gorica è stata incoronata Capitale Europea della Cultura 2025. Qui il confine non è più un muro, ma una cicatrice rimarginata che unisce due mondi. Oltrepassare l’Isonzo, quel “fiume sacro” che scorre color smeraldo, significa entrare in una dimensione dove il tempo rallenta.
Pedaliamo verso il Collio, dove le colline si rincorrono come onde di terra fertile. Qui, tra un filare di Ribolla e uno di Sauvignon, la sosta non è una perdita di tempo, ma un rito necessario. È il lusso di lasciarsi sedurre da un calice prima di puntare verso Cividale, dove le pietre longobarde raccontano storie di Re e di un passato che l’UNESCO ha voluto proteggere per noi.
Lungo le vene del Tagliamento
La strada sale, ma è una salita gentile. Attraversiamo frazioni che sembrano uscite da un acquerello: Povoletto, Magnano, fino a giungere ai piedi di Gemona. Il suo Duomo, rinato dalle macerie del terremoto, è il simbolo di una terra che dopo cinquant’anni dal sisma, sa come restare in piedi, fiera e bellissima.
Poi, l’incontro con il Re dei fiumi: il Tagliamento. Lo attraversiamo a Braulins, sentendo il respiro del fiume che si allarga tra i sassi. A Peonis, il tempo si ferma di nuovo davanti al busto di Ottavio Bottecchia. Non è solo la cronaca di una morte misteriosa, è il ricordo di un ciclismo eroico fatto di polvere e leggenda che ancora oggi sembra aleggiare tra queste valli.
Grifoni e riflessi turchesi
C’è un luogo, poco lontano, dove l’acqua sembra aver rubato il colore al cielo: è il Lago di Cornino. Le sue acque gelide e trasparenti sono lo specchio in cui si riflettono i grifoni, maestosi guardiani dell’aria che danzano sopra le nostre teste. Poco distante, a Pinzano, il sentiero si fa sterrato per portarci al Colle Pion: un’opera incompiuta della Storia che ci regala, in cambio di un po’ di fatica, una vista sulla gola del fiume che toglie il fiato.
Verso il Giardino della Serenissima
Tra boschi e campi arati, la traccia ci conduce a Maniago, dove l’acciaio diventa arte nelle mani dei coltellinai. La piazza è un salotto che profuma di storia veneziana, con il leone alato che ci osserva dalle mura di Palazzo D’Attimis.
Superato il Cellina, la strada si fa discesa, un ultimo lungo scivolare verso la meta. Attraversiamo Polcenigo, un borgo che sembra cullato dalle acque, per approdare infine a Sacile. La chiamano il “Giardino della Serenissima”, ed è facile capire perché: tra canali e palazzi barocchi, sembra di essere tornati nel cuore di una Venezia di terraferma, dove l’acqua scorre lenta sotto i ponticelli di pietra.
Quando andare
Il Friuli Pedemontano non ha una stagione preferita, ha degli stati d’animo.
-
In primavera, è un’esplosione di verde tenero e profumi di fioritura.
-
In autunno, si veste d’oro e del profumo acre dei camini accesi, mentre la brina mattutina protegge i campi a riposo.
Non serve una bici speciale, basta un mezzo onesto — una gravel o una trekking bike — e la voglia di farsi attraversare dal paesaggio. Perché la Pedemontana non è solo una ciclovia: è un invito a tornare a casa un po’ più ricchi di silenzi, di gusti e di bellezza.

No Comments