Collocate in un angolo solitario del Friuli, lontane dai flussi turistici e isolate da una corona di montagne, segnano quella che un tempo era la frontiera orientale d’Italia. Vivono di vita ritirata questi piccoli paesi e le frazioni di case sparpagliate, aggrappate tenacemente alle loro alture.
È il territorio della Slavia Veneta, terra di confine da secoli, oggi identificata e raccolta attorno al corso del Natisone, un fiume selvatico che raccoglie lungo il suo alveo tutta l’acqua di queste cime e valli solitarie.
Un affascinante mosaico di paesaggi prealpini che custodisce una lunga storia di frontiera e tradizioni bilingui. Il territorio, a forma di ventaglio, dominato dalla mole del Monte Matajur (vero simbolo della zona), è profondamente caratterizzato dalla sua posizione al confine con la Slovenia, separata dalla catena del Kolovrat. Questo elemento ha plasmato non solo gli aspri rilievi e i boschi rigogliosi, ma anche le genti e la loro cultura: le valli sono infatti il cuore della cosiddetta Benečija, dove accanto all’italiano e al friulano si parla la lingua slovena.
Il nostro modo “leggero” per andare a scoprire queste cime e queste valli passa per una marginale porta di servizio, seguendo parte del corso del fiume Isonzo/Soča da Gorizia a Salcano per raggiungere il borgo di Plave. Da qui, una vecchia strada militare tortuosa scala il versante meridionale del Kanalski Kolovrat. L’altopiano offre panorami aperti intervallati da fitti boschi, vestiti ormai del giallo cadmio e dei toni severi del tabacco.
Si susseguono sparuti gruppi di case e paesini di poche anime eremitiche. L’ultima pendenza severa ci porta a raggiungere il confine con l’Italia e il nostro riparo alpino. Il rifugio Solarie è una scialuppa in un mare di cime brune e spopolate. Drenchia, il paese più a valle, non arriva a contare un centinaio di anime ed è considerato il più piccolo Comune del Friuli.
Sul Kolovrat, la dorsale svela trincee e silenzi, tra un libro di Storia e un altare di pace, unendo vette italiane e slovene. Qui, nelle valli, gli abitanti sono custodi di un’anima antica: gente di montagna, orgogliosa e radicata alla terra come radici degli alberi, con un’ospitalità profonda in splendida armonia con una natura esigente e magnifica.
La discesa, tra nuvole gialle di foglie di castagno, si fa rapida e tortuosa. Cras, Oznebrida, Trusgne e Clodig parlano di una lingua mista, quella del cuore ermetico di queste valli.
La strada, insieme alla valle, si allarga e spiana; Cividale è laggiù, a tiro, con la sua torre campanaria quadra. Il Natisone in basso scava il suo corso tra le rocce e si veste di verde smeraldo. La pianura ci accoglie tiepida, mentre l’aria gelida e ferma è rimasta ad avvolgere i monti e le valli all’ombra. Campi e stradine dritte tirate a righello ci accompagnano alle porte di Udine, il salotto della Patria del Friuli, una quieta signora con l’austero profilo del suo castello, che veglia sulla pianura.
Il silenzio ora lascia il posto ai suoni della città. L’autunno, insieme alla luce, si porta via anche il respiro dei boschi di queste valli. Un lungo letargo avvolge quei borghi lassù, riservati e solitari, tra il profumo di legna bruciata e il dolce odore della grappa.
Se volete unirvi al nostro prossimo tour in bicicletta, a giugno 2026 replicheremo questo itinerario

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